• Caterina Allegra

Lo Yoga e le tradizioni induiste - Parte 3: Religione Induista



Lo yoga non è una religione nel senso convenzionale, ma piuttosto spiritualità, esoterismo o misticismo. Tuttavia, studiando l'induismo, il buddismo, il jainismo o il sikhismo, possiamo notare come lo yoga sia di regola intimamente connesso con le cosmologie e con le credenze e le pratiche religiose di queste tradizioni. Ciò ha rappresentato un ostacolo per molti praticanti occidentali dello Yoga, i quali non conoscono queste tradizioni e, forse, non sono in buoni rapporti con il loro retaggio religioso, che si tratti di cristianesimo o ebraismo. In particolare, sono spaventati dalle numerose divinità dei pantheon indù, buddisti e gianisti e si chiedono come questi si relazionano con la pratica dello Yoga e con l'insegnamento del non-dualismo (advaita) caratteristico della maggior parte delle forme di Yoga. Quei studenti che hanno tendenze monoteistiche possono anche preoccuparsi di soccombere al politeismo, che è considerato un peccato nella tradizione giudaico-cristiana. Dato che ci stiamo concentrando sulle tradizioni indù, propongo di presentare le principali divinità induiste, che fanno la loro comparsa qua e là nella letteratura sanscrita e volgare dello Yoga. I giainisti in generale hanno conservato le stesse divinità e molte divinità indù fanno anche parte del vasto pantheon buddista.

Le varie divinità sono invocate e venerate come manifestazioni o personificazioni della Realtà ultima, e agli occhi dei loro adoratori "sono" ciascuna la divinità suprema. Gli adoratori di Dio Shiva, per esempio, considerano Shiva come trascendentale, senza forma e senza qualità (nirguna), ma allo scopo di adorarlo, gli conferiscono certe caratteristiche o qualità antropomorfiche (guna) - come bontà, bellezza, potere e grazia . In relazione a Shiva, tutte le altre divinità sono considerate come esseri alti che occupano vari regni celesti (loka). Nella terminologia cristiana, sono arcangeli o angeli. Per la comunità dei devoti di Vishnu, la situazione è invertita. Per loro, Vishnu è la divinità suprema, mentre tutte le altre divinità - tra cui Shiva - sono semplicemente dei deva, "brillanti", che hanno uno status equivalente a quello dell'essere angelico nelle tradizioni giudaico-cristiana e islamica.

All'inizio, le divinità furono interpretate da tre punti di vista: il loro significato materiale, psicologico e spirituale. Per esempio, il Dio vedico Agni rappresenta il vero fuoco sacrificale, il fuoco interiore del sacrificio (collegato al potere del serpente o kundalini-shakti), e il fuoco divino o Luce trascendentale. Ogni volta che consideriamo una divinità, dobbiamo tenere presenti tutti e tre gli aspetti. Finora, la maggior parte degli studiosi si è concentrata solo sul primo aspetto, che li ha indotti a vedere (e a volte rifiutare) la spiritualità Vedica come semplicemente "naturalistica". Con uno studio più attento, tuttavia, ci rendiamo conto che i veggenti ed i saggi vedici erano immersi nel simbolismo e erano molto abili nell'uso del linguaggio metaforico. È la nostra comprensione, non la loro comunicazione simbolica, che è inadeguata.

A partire dai tempi vedici, i "teologi" indiani hanno parlato di trentatré divinità, anche se nell'induismo non esiste un "numero di divinità" fisso più che una rappresentazione standard della "divinità". C'è, tuttavia, una percezione popolare che afferma che ci sono 33 milioni di divinità nell'induismo (di cui la maggior parte sono, di gran lunga, divinità femminili). Non esiste una lista completa delle divinità, ma gli studiosi affermano che tutte le divinità sono tipicamente considerate nell'induismo come "emanazioni o manifestazione di un principio senza genere chiamato Brahman, che rappresenta le molteplici sfaccettature della Realtà Ultima".

Questo concetto di Brahman non è lo stesso del Dio separato e monoteistico che si trova nelle religioni abramitiche, dove Dio è considerato, afferma Brodd, come "creatore del mondo, al di sopra e indipendente dall'esistenza umana", mentre nell'induismo "Dio, l'universo, gli esseri umani e tutto il resto è essenzialmente una cosa "e ogni cosa è collegata all'unità: lo stesso dio è in ogni essere umano come Atman, il Sé eterno.

Le divinità nell'induismo sono indicate come Deva (maschile) e Devi (femminile). La radice di questi termini significa "celeste, divino, qualsiasi cosa di eccellenza".

Un altro termine indù che a volte viene tradotto come divinità è Ishvara, che ha una vasta gamma di significati che dipendono dall'era e dalla scuola dell'induismo.

Altri concetti importanti sono:

TRIADE La Trimūrti (che possiede "tre forme" o "tre aspetti") è una nozione delle culture religiose dell'India che indica i "tre aspetti" di una divinità o della divinità suprema. In quest'ultimo caso si suole indicare nella Trimūrti la forma triplice dell'Essere supremo dell'Induismo, che si manifesta nelle tre divinità di Brahma (il creatore), Vishnu (il preservatore) e Shiva (il distruttore). A questa trinità di divinità maschili corrisponde la Tridevi, trinità di divinità femminili, consorti corrisponderti alla Trimurti: Sarasvati, Lakshmi e Parvati

AVATAR

La mitologia indù ha alimentato il concetto di Avatar, che rappresenta la discesa di una divinità sulla terra. Questo concetto è comunemente tradotto come "incarnazione" ed è un "aspetto" o "manifestazione".

Vediamo adesso alcune divinità che sono particolarmente associate allo Yoga:

Shiva, Parvati, Durga, Kali, Lakshmi, Vishnu, Saraswati, Brahma e Ganesha

SHIVA

Iniziamo con Shiva, o Śiva, ("il benigno"), che viene menzionato già nei Rig Veda: egli è il punto focale dello Shivaismo, cioè la tradizione shivaita di adorazione e teologia. Egli è la divinità degli yogi per eccellenza ed è spesso raffigurato come uno yogin, con lunghi capelli arruffati, un corpo ammantato di cenere e una ghirlanda di teschi: tutti segni di totale rinuncia.

Nei suoi capelli è presenta la luna crescente che simboleggia la visione mistica e la conoscenza. I suoi tre occhi simboleggiano il sole, la luna e il fuoco e gli rivelano ogni cosa nel passato, nel presente e nel futuro. L'occhio centrale, o "terzo occhio", situato sulla fronte, è collegato al fuoco cosmico e una sola occhiata da questo occhio può incenerire l'intero universo. Il serpente attorcigliato al collo simboleggia la misteriosa energia spirituale della kundalini. Il fiume Ganga che sfocia dalla cima della testa di Shiva è un simbolo di purificazione perpetua, ovvero il meccanismo alla base del suo dono di liberazione spirituale conferito ai devoti. La pelle di tigre sulla quale è seduto rappresenta il potere (shakti), e le sue quattro braccia sono un segno del suo perfetto controllo sulle quattro direzioni cardinali. Il suo tridente rappresenta le tre qualità primarie (guna) della Natura, cioè tamas, rajas e sattva. L'animale comunemente associato a lui è il toro chiamato Nandin ("Delizioso"), simbolo dell'energia sessuale, che Shiva ha perfettamente padroneggiato. Il leone spesso mostrato nelle immagini di Shiva simboleggia l'avidità per il cibo, anche questa conquistata da Shiva.

Shiva è stato sin dall'inizio strettamente associato a Rudra ("urlatore"), una divinità particolarmente connessa all'elemento aria e le sue diverse manifestazioni (cioè vento, tempesta, tuoni e fulmini ma anche energia vitale e respiro ecc.). Rudra, tuttavia, è anche considerato un grande guaritore, e la stessa funzione è suggerita nel nome di Shiva. Nell'induismo successivo, Shiva divenne l'aspetto distruttivo della famosa trinità (trimurti), assieme a Vishnu (che rappresenta il principio di conservazione) e Brahma (il principio della creazione). Come tale, Shiva viene spesso chiamato Hara ("colui che rimuove"). E' spesso raffigurato nella sua dimora sul Monte Kailasa con la sua divina consorte Parvati ("colei che dimora sulla montagna"). In molti Tantra, egli figura come il primo insegnante di conoscenza esoterica.

E' ben noto nel mondo dello yoga come Nataraja ("signore della danza"), in cui Shiva, ballerino estatico cosmico, esegue l'Ananda Tandava ("danza della felicità"), la danza in cui l'universo è creato, mantenuto, e disciolto. (Da qui la postura Natarajasana, che non è però una raffigurazione esatta). Come Realtà ultima, gli Shivaiti lo invocano come Maheshvara ("Gran Signore"). Come donatore di gioia e serenità è chiamato Shankara, e come dimora di gioia gli viene dato il nome di Shambhu. Altri nomi sono Pashupati ("Signore degli animali"), Ishana ("Sovrano") e, non ultimo, Mahadeva ("Grande Dio").


​​Un altro simbolo tipicamente connesso con Shiva e che ha molte associazioni è il linga. La parola si traduce spesso come "fallo", ma letteralmente significa "segno" e rappresenta il principio della creatività di per sé. Il linga (talvolta reso come "lingam") è il nucleo creativo dell'esistenza cosmica (prakriti) che è indiviso e casuale. Il suo polo opposto è il principio femminile di yoni ("grembo", "fonte"). Insieme, entrambi questi principi intrecciano l'arazzo dello spazio-tempo. Alcuni Shivaiti - in particolare i Lingayata - indossano lo shiva-linga come amuleto e, in contesti tantrici, le rappresentazioni in pietra o metallo del linga incastonato in ciotole di yoni ricordano ai praticanti la natura bipolare di ogni esistenza manifesta: Il mondo è un gioco di Shiva e Parvati (Shakti), o Coscienza ed Energia.

PARVATI

Parvati è la dea indù della fertilità, dell'amore e della devozione; così come della forza e del potere divino. Conosciuta con molti altri nomi, è l'aspetto gentile e nutriente della dea indù Shakti e una delle divinità centrali della setta Shakta orientata alla Dea. È la dea madre nell'induismo, e ha molti attributi e aspetti. Ciascuno dei suoi aspetti è espresso con un nome diverso, dandole oltre 100 nomi nelle storie indù regionali dell'India. Insieme a Lakshmi (dea della ricchezza e prosperità) e Saraswati (dea della conoscenza e dell'apprendimento), forma la trinità delle dee indù (Tridevi).

Parvati è la madre delle divinità Ganesha e Kartikeya. ​​


Con Shiva, Parvati è una divinità centrale nella setta Shivaita: è l'energia e il potere generativo di Shiva, ed è la causa di un legame che collega tutti gli esseri e un mezzo per il loro rilascio spirituale. È ampiamente rintracciata nell'antica letteratura indiana e le sue statue e iconografie abbelliscono i templi indù in tutta l'Asia meridionale e nel sud-est asiatico.

Nel Devi Bagwata Purana, Parvati è la progenitrice lineare di tutte le altre dee. Lei è venerata come una con molte forme e nomi. La sua forma o incarnazione dipende dal suo umore. Alcuni esempi:

Uma è usato per Sati (la prima moglie di Shiva, che rinasce come Parvati); Gauri è la rappresentazione di Parvati come calma e placida moglie di Shiva; Kamakshi, dea dell'amore e della devozione;

Lalita, la divinità giocosa dell'universo; Annapurna, dea della fertilità, dell'abbondanza e del cibo / nutrimento; Ambika ("cara madre"); Mataji ("riverita madre"); Maheshwari ("grande dea"); Bhairavi ("feroce"); Bhavani ("fertilità e parto").

Ma le sue forme più conosciute nel mondo degli yogi moderni sono sicuramente le seguenti:

DURGA

Durga ("colei che è difficile da raggiungere") rappresenta l'energia cosmica della distruzione, in particolare dell'ego (ahamkara), che ostacola la crescita spirituale e la liberazione finale. È una madre nutrice solo per coloro che percorrono la strada dell'auto-trascendenza; tutti gli altri vivono il suo lato adirato.

Come guerriera ed è spesso rappresentata mentre cavalca un leone o una tigre; ha tra le otto e le diciotto mani, ognuna con un'arma per distruggere e creare: queste includono la conchiglia, l'arco, la freccia, la spada, il giavellotto, lo scudo e un cappio. Queste armi sono considerate simboli di autodisciplina, il servizio disinteressato agli altri, l'autoesame, la preghiera, la devozione, il ricordo dei suoi mantra, l'allegria e la meditazione. Viene spesso mostrata in battaglia con Mahishasura, il demone bufalo, nel momento in cui uccide vittoriosamente la forza demoniaca. La sua icona la mostra in azione, tuttavia il suo viso è calmo e sereno.


Durga è una delle dee principali nell'induismo e l'ispirazione del Durga Puja (vedi foto) - una famosa festa annuale, celebrata in particolare negli stati orientali e nord-orientali dell'India. Durga è celebrata in tutta l'India del nord comunemente con la frase 'Jay Mata Di'. Ci sono molti epiteti per Durga nello Shaktismo: come preghiera viene recitata una lista di 108 nomi della dea. Grandi città come Mumbai (dal nome di Mumba Devi - un nome per Durga) e Kolkata (da Kalika, una delle principali forme di Durga) hanno il suo nome.

KALI

Kali ("Quella oscura"), una personificazione dell'ira di Durga, fa parte di un gruppo di dieci dee maggiori conosciute come le "grandi saggezze" (maha-vidya). Tra gli altri ci sono Tara, Tripura-Sundari, Chinnamasta e Bhairavi.

Di questi, Chinnamasta (la cui testa è tagliata) ha un significato speciale per lo Yoga. Questa dea feroce è tipicamente raffigurata nel nudo con una ghirlanda di teschi attorno al collo del collo da cui sgorgano due fontane di sangue. Tiene la testa mozzata nella mano sinistra. Vari miti cercano di spiegare la sua condizione inusuale, ma tutti concordano sul fatto che la Dea si tagliò la testa per nutrire i suoi due servitori, chiamati Dakini e Varnini, o Jaya e Vijaya. Interpretato dal punto di vista yoga, questo sacrificio primigenio della Madre divina sta per le correnti sinistra e destra - ida e pingala - che devono essere sacrificate per indurre il libero flusso dell'energia psicospirituale attraverso il canale centrale (sushumna nadi). La testa - simbolo della mente - deve essere recisa, cioè trascesa, affinché si verifichi l'illuminazione. Questo simbolismo yogico è suggerito nel nome alternativo della Dea, Sushumnasvara-Bhasini, che significa "colei che splende con il suono del canale centrale".

LAKSHMI

L'aspetto benigno dell'Assoluto nella sua forma femminile è enfatizzato nella dea Lakshmi, il cui nome deriva da lakshman ("segno") e significa "buon segno" o "fortuna". Lakshmi è la dea della ricchezza, fortuna e prosperità. È comunemente considerata consorte di Vishnu, e madre con lui di Kama, dea dell'amore.


(nella foto: tempio di Birla Mandir, Delhi. Dedicato a Lakshmi e Vishnu).

Lakshmi è nata dal movimento di creazione dell'oceano primordiale (Samudra Manthan) e ha scelto Vishnu come suo eterno consorte.

Lakshmi è raffigurata nell'arte indiana come una donna vestita elegantemente, con colori dorati, e mentre sparge prosperità; ha un gufo come veicolo, a significare l'importanza dell'attività economica nel mantenimento della vita: la sua capacità di muoversi, di lavorare e di prevalere nell'oscurità confusa. Di solito sta in piedi o siede come una yogini su un piedistallo di loto e tiene il loto in mano, un simbolo di fortuna, auto-conoscenza e liberazione spirituale. La sua iconografia la mostra a quattro mani, che rappresentano i quattro obiettivi della vita umana considerati importanti per la vita: dharma, kāma, artha e moksha.

Molti indù adorano Lakshmi durante il Diwali, la festa delle luci. Si celebra in autunno, in genere ottobre o novembre di ogni anno. Il festival significa spiritualmente la vittoria della luce sulle tenebre, la conoscenza sull'ignoranza, il bene sul male e la speranza sulla disperazione.

SARASWATI

Saraswati ("colei che scorre") è la dea della conoscenza, della musica, dell'arte, della saggezza e dell'apprendimento.

È spesso raffigurata come una bella donna vestita di bianco puro, spesso seduta su un loto bianco, che simboleggia la luce, la conoscenza e la verità. Non solo incarna la conoscenza, ma anche l'esperienza della più alta realtà. La sua iconografia è tipicamente in temi bianchi, dal vestito, ai fiori, al cigno: il colore bianco simboleggia la purezza, la discriminazione per la vera conoscenza, l'intuizione e la saggezza.


Di solito è raffigurata con quattro braccia, ma a volte solo due. Quando è mostrata con quattro mani, quelle mani simboleggiano le quattro teste del marito Brahma, che rappresentano manas (mente, senso), buddhi (intelletto, ragionamento), citta (immaginazione, creatività) e ahamkāra (autocoscienza, ego). Brahma rappresenta l'astratto, mentre lei rappresenta l'azione e la realtà. Le quattro mani contengono oggetti con significato simbolico: un pustaka (libro o scrittura), un mālā (rosario, ghirlanda), una pentola d'acqua e uno strumento musicale (vīnā o veena). Il libro che tiene simboleggia i Veda che rappresentano la conoscenza universale, divina, eterna e vera, e tutte le forme di apprendimento. Il mala è di cristalli, i quali rappresentano il potere della meditazione, della riflessione interiore e della spiritualità. La pentola d'acqua rappresenta il potere purificatore di separare il bene dal male, il puro dall'impuro e l'essenza dal non essenziale. Secondo alcuni testi, la pentola d'acqua è simbolo del soma, la bevanda che libera e porta alla conoscenza. La caratteristica più famosa di Saraswati è uno strumento musicale chiamato veena: questo rappresenta tutte le arti creative e le scienze, e il suo detenerlo simboleggia l'espressione di conoscenza che crea armonia. Saraswati è anche associata all'anurāga, l'amore e il ritmo della musica, che rappresenta tutte le emozioni e le sensazioni espresse nella parola o nella musica.

Un cigno (hamsa) si trova spesso vicino ai suoi piedi. Nella mitologia indù, il cigno è un uccello sacro, il quale, se gli si offre una miscela di latte e acqua, si dice sia in grado di bere il latte da solo. Simbolizza così la capacità di discriminare tra bene e male, essenza da spettacolo esteriore e l'eterno da evanescente. A causa della sua associazione con il cigno, Saraswati viene anche chiamato Hamsavāhini, che significa "colei che ha un hamsa come suo veicolo". Il cigno è anche un simbolismo per la perfezione spirituale, la trascendenza e la moksha. A volte un pavone (citramekhala o mayura) è mostrato accanto alla dea. Il pavone simboleggia lo splendore colorato, la celebrazione della danza e - come divoratore di serpenti - l'abilità alchemica di trasmutare il veleno del serpente nel piumaggio raggiante dell'illuminazione. Di solito è raffigurata nei pressi di un fiume che scorre o di un altro specchio d'acqua, la cui raffigurazione potrebbe costituire un riferimento alla sua antica storia di dea fluviale.

VISHNU

Vishnu ("il pervasivo") è l'oggetto di culto tra i vaishnava. Il vaisnavismo (o visnuvismo) ha le sue radici nei tempi vedici, poiché Vishnu è già menzionato nel Rig Veda. I suoi nomi più importanti sono Hari ("Colui che rimuove"), Narayana ("Dimora degli umani") e Vasudeva ("Dio di [tutte] le cose").


​​Tra i successivi periodi della creazione del mondo, la mitologia immagina Vishnu come a riposo in uno stato senza forma sul serpente cosmico Shesha (o Ananta) che galleggia nell'oceano infinito dell'esistenza non-manifesta.

Vishnu, come Shiva, è spesso rappresentato con quattro braccia che significano la sua onnipresenza e onnipotenza. I suoi attributi includono la conchiglia (simbolo della creazione), il disco (che sta per la mente universale), il loto (che rappresenta l'universo), l'arco e le frecce (che simboleggiano il senso dell'io e i sensi), la mazza (che rappresenta la forza vitale), un ricciolo di capelli dorati sul lato sinistro del petto (che rappresenta il nucleo della Natura), il carro (che simboleggia la mente come principio d'azione) e il suo colore nero o scuro (suggerendo l'infinita distesa di etere / spazio, il primo di cinque elementi).

Il concetto di avatar all'interno dell'induismo è più spesso associato a Vishnu, l'elemento conservatore o sostenitore di Dio all'interno della Trimurti di Brahma, Vishnu e Shiva. Gli avatar di Vishnu scendono per potenziare il bene e combattere il male, ripristinando così il Dharma. Un passaggio spesso citato dalla Bhagavad Gita descrive il tipico ruolo di un avatar di Vishnu:

"Ogni volta che la rettitudine cala e l'ingiustizia aumenta, mi mando avanti.

Per la protezione del bene e per la distruzione del male,

e per l'istituzione della rettitudine,

Io vengo in età dopo l'età"

Bhagavad Gita 4.7-8

Gli avatar di Vishnu appaiono nella mitologia indù ogni volta che il cosmo è in crisi, in genere perché il male è diventato più forte e ha gettato il cosmo fuori dal suo equilibrio. L'avatar appare quindi in una forma materiale, per distruggere il male e le sue fonti e ripristinare l'equilibrio cosmico tra le forze sempre presenti del bene e del male. Sono dieci incarnazioni di Vishnu, tra cui le più note, all'interno delle tradizioni vishnaviste dell'induismo, sono Rama e Krishna. Questi nomi hanno una vasta letteratura ad essi associata, ed ognuno ha le sue caratteristiche, leggende e arti associate.

Rama ("l'oscuro" o "colui che piace"), chiamato anche Ramacandra, era un saggio e giusto sovrano di Ayodhya. La storia della sua vita è raccontata nell'epica di Ramayana. Sua moglie era Sita ("solco") (vedi Parvati) che simboleggia il principio della fedeltà coniugale, dell'amore e della devozione. Sita fu rapita dal re demone Ravana (il cui regno si trovava probabilmente nello Sri Lanka) e salvato dal semi-dio Hanumat, che rappresenta il principio del servizio fedele.

Krishna ("attrattore") era l'uomo-Dio i cui insegnamenti sono presenti nella Bhagavad-Gita e in molte altre sezioni dell'epopea del Mahabharata. La morte di Krishna ha inaugurato il kali-yuga, che è ancora in pieno svolgimento e durerà molte migliaia di anni.

Le sue altre incarnazioni sono: Matsya ("pesce") incarnato con lo scopo specifico di salvare Manu Satyavrata, il progenitore della razza umana durante il diluvio all'inizio dell'attuale età mondiale; Kurma ("tartaruga") prese forma dall'infinitudine di Vishnu per recuperare vari tesori persi durante il diluvio, in particolare l'elisir della vita. Entrambe le divinità (deva o sura) e le contro-divinità (asura) collaborarono a sfornare l'oceano durante la creazione del mondo usando il serpente cosmico (Ananta) come una corda e la montagna cosmica Mandara come zangolatura. Attraverso il loro movimento, tutti i tesori perduti furono recuperati, ripristinando così l'ordine e l'equilibrio universali; altre incarnazioni di Vishnu sono: Varaha ("cinghiale"), Nara-Simha ("uomo-leone"), Vamana ("nano"), Parashu-Rama ("Rama con l'ascia"), Buddha ("il risvegliato"), Kalki ("base uno").

BRAHMA

Della trinità indù, Dio Brahma è il più astratto e di conseguenza non ha catturato l'immaginazione dei brahmini. Semplicemente è il Creatore del mondo. Deve essere attentamente distinto dal Brahman, che è la Realtà trascendente non duale (vedi nota sotto). Le origini di Brahma sono incerte, in parte perché diverse parole correlate come "Realtà Ultima"(Brahman) e prete (Brahmin) si trovano nella letteratura vedica.

L'esistenza di una distinta divinità di nome Brahma è evidenziata in testi vedici tardivi. Una distinzione tra il concetto spirituale di Brahman e la divinità Brahma è che il primo è un concetto metafisico astratto senza genere nell'induismo, mentre il secondo è una divinità maschile della tradizione indù. Il concetto spirituale di Brahman è molto più antico, e alcuni studiosi suggeriscono che la divinità Brahma potrebbe essere emersa come una concezione personale e icona visibile del principio universale impersonale chiamato Brahman.


Diversi Purana lo descrivono come emergente da un loto, legato all'ombelico di Sri Vishnu. Brahma, insieme ad altre divinità, a volte è visto come una forma (saguna) del Brahman altrimenti senza forma (nirguna), l'ultima realtà metafisica nell'induismo Vedantico. Brahma è rappresentato tradizionalmente con quattro facce e quattro braccia. ​​Ogni sua faccia punta verso una direzione cardinale. Le sue mani non possiedono armi, piuttosto simboli di conoscenza e creazione. In una mano tiene i sacri testi dei Veda, in seconda stringe il mala che simboleggia il tempo, nella terza tiene un sruva o shruk - tipi di siviera che simboleggiano mezzi per nutrire il fuoco sacrificale - e in quarto un kamandalu - utensile con acqua che simboleggia i mezzo da cui proviene tutta la creazione. Le sue quattro bocche sono quelle che hanno creato i quattro Veda. Siede su un loto, vestito di bianco (o rosso, rosa), con il suo veicolo (vahana) - hamsa, cigno - nelle vicinanze.

Brahma non gode dell'adorazione popolare nell'induismo attuale e ha un'importanza minore rispetto agli altri membri del Trimurti, Vishnu e Shiva. Brahma è venerato in testi antichi, ma raramente adorato come divinità primaria in India. Esistono pochi templi a lui dedicati in India; il più famoso è il Tempio di Brahma, Pushkar nel Rajasthan.

NOTA: Differenza tra Brahma, Brahman, Bramino e Bramana

Brahma (sanscrito: ब्रह्मा, brahmā) è distinto dal Brahman.

Brahma è una divinità maschile, nella letteratura puranica post-vedica, che crea ma non conserva né distrugge nulla. In alcuni testi indù è previsto che sia emerso dal Brahman metafisico insieme a Vishnu (conservatore), Shiva (distruttore), tutti gli altri dei, dee, materia e altri esseri. Nelle scuole teiste dell'induismo in cui la divinità Brahma è descritta come parte della sua cosmologia, egli è un mortale come tutti gli dei e dee e si dissolve nell'astrale immortale Brahman quando l'universo finisce, quindi quando un nuovo ciclo cosmico (kalpa) ricomincia. La divinità Brahma è menzionata nei Veda e nelle Upanishad ma è rara, mentre il concetto astratto di Brahman è predominante in questi testi, in particolare nelle Upanishad. Nella letteratura Puranica ed Epica, la divinità Brahma appare più spesso, ma in modo incoerente. Alcuni testi suggeriscono che dio Vishnu creò Brahma, altri suggeriscono che dio Shiva creò Brahma, altri ancora suggeriscono che la dea Devi creò Brahma, e questi testi poi affermano che Brahma è un creatore secondario del mondo che lavora rispettivamente per loro.

Brahman (sanscrito: ब्रह्मन्, brahman) è un concetto metafisico dell'induismo che si riferisce alla realtà ultima. Secondo Doniger, il Brahman nel pensiero Hindu è l'increato, eterno, infinito, trascendente, la causa, il fondamento, la fonte e l'obiettivo di tutta l'esistenza.

Bramino (sanscrito: ब्राह्मण, Brahmin) è un varna (ordine, classe sociale) dell'induismo specializzato nella teoria come preti, conservatori e trasmettitori di letteratura sacra attraverso le generazioni.

I Brahmana, o Brahmana Granthas, (sanscrito: ब्राह्मणग्रंथ, brāhmaṇa) sono uno dei quattro strati antichi di testi all'interno dei Veda. Sono principalmente un riassunto che incorpora storie, leggende, la spiegazione dei rituali vedici e in alcuni casi la filosofia. Sono incorporati in ciascuno dei quattro Veda e formano una parte della letteratura ùruti indù.

GANESHA

Strettamente associato a Shiva e Parvati è Ganesha ("il signore degli eserciti"), il dio dalla testa di elefante, che è chiamato con molti altri nomi, tra cui Ganapati (che ha lo stesso significato) e Vinayaka ("Leader").

Sebbene sia conosciuto da molti attributi, la testa di elefante di Ganesha lo rende facile da identificare. Ganesha è ampiamente venerato come strumento per la rimozione di ostacoli. Oggi, è comune vedere le immagini e le statue di Ganesha agli ingressi dei templi e degli edifici sacri, come un modo per proteggerli da chiunque li entri. Prima di ogni festività o rituale sacro, i mantra di Ganesha sono cantati per portare protezione, fortuna e potere a tutti coloro che sono coinvolti, e rimuovere ogni potenziale "ostacolo" che potrebbe trovarsi davanti. Oltre a rimuovere gli ostacoli, Ganesha è noto per mettere ostacoli di fronte a noi, in modo che possiamo superarli e imparare e crescere come persone. Questo è uno dei motivi per cui Ganesha è riverito prima di qualsiasi viaggio, insegnamento o progetto, poiché una difficile relazione con la divinità può causare problemi lungo la strada ...


Ganesha è una figura popolare nell'arte indiana. A differenza di quelli di alcune divinità, le rappresentazioni di Ganesha mostrano ampie variazioni e diversi modelli che cambiano nel tempo. Può essere ritratto in piedi, ballare, agire eroicamente contro i demoni, giocare con la sua famiglia da ragazzo, o sedersi su un sedile sopraelevato, o impegnarsi in una serie di situazioni contemporanee.

Ganesha è stato rappresentato con la testa di un elefante sin dalle prime fasi della sua apparizione nell'arte indiana. I miti puranici forniscono molte spiegazioni su come ha ottenuto la sua testa di elefante, ma uno dei più popolari è il seguente:

"Molto tempo fa, Shiva e Parvati vivevano felici insieme sul Monte Kailash, fino al giorno in cui Shiva fu chiamato e dovette fare un lungo viaggio, lasciando Parvati da sola. Con il passare del tempo, Parvati diventava sempre più sola, e desiderando un figlio, mescola assieme legno di sandalo, curcuma e carne del suo stesso corpo, creando così Ganesha, dandogli poi vita spruzzando acqua sacra del Gange su di lui. Parvati era felicissima della sua creatura.

Un giorno, Parvati, andando a fare un bagno, chiese a Ganesh di sorvegliare la porta della casa per lei. Gli disse di non permettere a nessuno di passare, non importa chi fosse. Casualmente, mentre Ganesh stava sorvegliando la porta, suo padre Shiva tornò dal viaggio, il quale rimase sorpreso di vedere qualcuno in piedi davanti alla porta di casa sua. "Lasciami passare" ordinò, ma Ganesh rifiutò, dicendogli che nessuno sarebbe entrato senza il permesso di sua madre. Shiva - essendo un dio piuttosto irascibile - si infuriò perché un impostore gli impediva di entrare in casa sua e con un colpo secco tagliò la testa al ragazzo. La testa volò lontano nella distanza, e il corpo cadde sul pavimento.

Sentendo il trambusto, Parvati corse alla porta e lanciò un grido quando vide il corpo di suo figlio disteso sul pavimento. Piena di lacrime, disse a Shiva che aveva appena ucciso il loro unico figlio e gli ordinò di far rivivere il ragazzo.

Sconcertato da quello che aveva fatto, Shiva accettò di riportare in vita il loro figlio, e giurò di usare la testa del primo essere in cui si sarebbe imbattuto per sostituire quella che aveva mozzato.

Shiva corse nella foresta, ma non trovava la testa di Ganesha da nessuna parte. A corto di tempo, Shiva si preoccupava che non sarebbe stato in grado di riportare in vita il figlio e rendere di nuovo felice la moglie, finché non sentì dei passi rumorosi dietro di lui. Un elefante apparve tra gli alberi e Shiva, memore della sua promessa, prese la spada e tagliò prontamente la testa dell'elefante. Raccogliendo la testa grande e pesante, la riportò a casa sua e la attaccò al corpo del figlio. Dandogli di nuovo la vita, il ragazzo si svegliò, questa volta con la testa di un elefante.

Parvati era felicissima, e anche se questo era il volto che forse solo una madre poteva amare, lo amava come una madre e nulla di meno. Per favorire ulteriormente sua moglie, e come segno di rispetto verso suo figlio per la lealtà e il coraggio che aveva dimostrato per proteggere la porta per sua madre, Shiva dichiarò che Ganesha sarebbe stato adorato per primo, prima di qualsiasi altro dio".

Poiché Ganesha si occupa di protezione e potere, gran parte del suo simbolismo è legato alla nostra salvaguardia dagli ostacoli fisici e sottili della vita.

La sua testa di elefante: l'elefante è un simbolo di forza e potenza ed è un animale originario dell'India. Mentre molti elefanti selvatici non sono pericolosi, quelli che si trovano da soli in natura sono estremamente pericolosi e spesso distruttivi. In questo modo, possiamo capire che in alcune parti del mondo esiste una relazione alquanto timorosa ma rispettosa nei confronti degli elefanti: anche se spesso si presentano gentili e calmi, hanno il potenziale di causare il caos se vengono trattati male.

Le sue grandi orecchie: mostra che ascolta coloro che chiedono aiuto da lui; la loro grandezza rappresenta la sua capacità di ascoltare molte persone.

La sua grande testa: simboleggia la sua intelligenza e capacità di pensiero - come santo patrono della scrittura di lettere, avere un grande cervello aiuta!

La sua piccola bocca: indica che ascolta più di quanto parla

La sua unica zanna spezzata: rappresenta il mantenimento del bene ma butta via il male di cui non abbiamo bisogno (la zanna spezzata ha molti altri significati)

I suoi piccoli occhi: sono per concentrarsi su un punto specifico.

La sua grande pancia: mostra che è in grado di consumare e digerire tutto il bene e il male della vita

Nelle quattro mani, Ganesha tiene vari oggetti: in una mano tiene una corda, che rappresenta l'abilità di Ganesh di aiutarci a sollevarci verso il nostro obiettivo finale di realizzazione e liberazione. Un'altra mano tiene un'ascia, per tagliare tutti gli attaccamenti con il mondo impermanente e materiale per cui ci aggrappiamo continuamente. Nella sua terza mano, tiene una ciotola piena di dolci, che rappresentano ricompense per lo sviluppo spirituale. La sua quarta mano è spesso mostrata in un mudra, con la rappresentazione più comune nel mudra della benedizione, che sembra quasi identica all'Abhaya o al mudra "senza paura". Questo gesto della mano è usato da molte divinità, come un modo per benedire coloro che le adorano.

NOTA: si scrive Ganesh o Ganesha? Con il nome scritto गणेश, diventa ambiguo nelle lingue moderne se la pronuncia corretta (traslitterata) è "Ganesh" o "Ganesha". Comunque in sanscrito, la pronuncia corretta è sempre "Ganesha".

REFERENCES

Feuerstein, Georg (2001),"The Yoga Tradition", 2nd Ed., Hohm Press, Arizona

Mason, David (2016): Is the elephant-headed god "Ganesh" or "Ganesha"? Available from https://www.quora.com/Is-the-elephant-headed-god-Ganesh-or-Ganesha (accessed 28/11/2018)

Newlyn, Emma (2017) Ganesh: The mudra, the meaning and the story of the elephant-headed god. Available here (accessed 29/112018)

Wikipedia (various articles and references therein)

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