• Caterina Allegra

Yoga e Vegetarianesimo



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Sembra che il termine Yoga sia inevitabilmente associato al termine vegetariano - ma è davvero necessario essere vegetariani per fare yoga? in questo articolo esploriamo le radici storiche del vegetarianesimo nella tradizione Yoga (per più chiarezza nelle definizioni di diete vegetariane rimando al mio articolo qui)

Ammettiamolo: essere vegetariani non è facile. Non è facile soprattutto quando si viaggia e si crede che la cultura di un paese passi dal cibo. Quindi o si finisce per viaggiare solo in certi paesi - generalmente caldi, tropicali - o si finisce per mangiare solo pierogi... ma solo se si capisce se c'è bacon o meno - insomma, un casino (ma sono buonissimi)!

Ma perché chi pratica Yoga è spesso vegetariano? è sempre stato così? Essere vegetariani è un requisito per la essere degli yogi migliori? e può la dieta vegetariana influire la pratica di yoga?

Iniziamo dagli inizi: La questione della reincarnazione nei testi antichi

La storia del vegetarianesimo in India iniziò nel periodo vedico, un'epoca che sorse tra il 4000 e il 1500 a.C., a seconda di chi si chiede. I quattro testi sacri conosciuti come i Veda fondarono il primo pensiero spirituale indù. Tra gli inni e le canzoni che descrivono con riverenza la meravigliosa potenza del mondo naturale troviamo un'idea nascente che pone le basi per il vegetarianismo nei secoli successivi. "Il concetto di trasmigrazione delle anime ... appare per la prima debolmente nel Rig Veda", spiega Colin Spencer nel libro Vegetarianism: a History: "Nella cultura totemica della civilizzazione pre-Indu, c'era già un senso di unità con il creato." Una fervida fede in questa idea, sostiene Spencer, diede luogo al vegetarianesimo.

Nei successivi testi antichi, tra cui le Upanishad, l'idea della rinascita riemerge come un punto molto importante. In questi scritti, secondo Kerry Walters e Lisa Portmess, redattori di Religious Vegearianism: "Gli dei prendono forma animale, gli esseri umani hanno avuto delle vite animali passate, [e] gli animali hanno avuto vite umane passate", si delinea il concetto che tutte le creature ospitano il Divino, quindi anziché essere fissata nel tempo, la vita è fluida. (Solo una mucca, osserva Spencer, ha ospitato 330 milioni di dei e dee. Uccidendola l'anima trasmigra all'indietro 86 volte). Anche in questo caso, l'idea che la carne che ci ritroviamo sul piatto una volta viveva in una forma possibilmente umana ha reso il tutto meno appetibile.

Le linee guida dietetiche divennero esplicite secoli più tardi in seguito alle Leggi di Manu, scritto tra il 200 a.C e 100 d.C. In questo testo, si scopre che il saggio Manu non trova peccaminoso solo chi mangia carne: "Colui che permette la macellazione di un animale, colui che lo taglia a pezzi, colui che lo uccide, chi acquista o vende carne, colui che la cuoce, colui che la serve e chi lo mangia, devono essere tutti considerati gli uccisori dell'animale".

Il Bhagavad Gita, tra i testi più autorevoli della tradizione indù (scritto tra il IV e il I secolo a.C), aggiunge alla discussione sul vegetarianesimo le sue linee guida dietetiche a livello pratico. Si specifica che gli alimenti sattvici (latte, burro, frutta, verdura e cereali) "promuovono la vitalità, la salute, il piacere, la forza e la durata nel tempo". Alimenti rajasici ovvero amari, salati e acidi (tra cui carne, pesce, e alcool) "causano dolore, malattia e disagio". Al gradino più basso si trova la categoria tamasica: il cibo "stantio, cotto, contaminato" e cibo altrimenti marcio o impuro. Queste spiegazioni hanno resistito nel tempo, diventando le linee guida seguite da molti yogi moderni.

Contraddizione spirituale

Mentre I'importanza di una dieta vegetariana si affermava nei secoli, un'altra pratica, il sacrificio animale, persisteva nella tradizione. Gli stessi Veda, che esaltavano le virtù del mondo naturale, sottolineavano anche la necessità del sacrificio di animali alle divinità. La difficile coesistenza tra l'inclinazione emergente dell'India verso il vegetarianismo e la sua storia di sacrifici animali ha continuato nel corso di centinaia di anni, afferma Edwin Bryant, docente di induismo alla Rutgers University. Spesso il conflitto giocava nelle pagine dello stesso testo.

Il saggio Manu, per esempio, aveva condannato il consumo di carne come alimento, affermando: "Non vi è peccatore più grande di quella dell'uomo che ... cerca di aumentare la massa della propria carne dalla carne di altri esseri". Ma i seguaci ortodossi della cultura vedica - tra cui Manu - erano "costretti a permettere la esecuzione di sacrifici animali", osserva Bryant. In ultima analisi, il disagio che molti, nell'India antica, provavano per sacrificio animale contribuì alla scomparsa (comunque piuttosto recente) della pratica.

Alcuni tradizionalisti ortodossi, ad esempio, provavano disagio nello sfidare i testi antichi a causa del rispetto per ciò che credevano fossero scritture di origini divine. Tuttavia, condannavano il mangiare carne tutti i giorni, e aggiunsero una serie di condizioni per sacrificio animale cosìcche "la pratica finiva per maturare risultati karmici orribili che di gran lunga superavano i benefici guadagnati" spiega il professor Bryant in A communion of subject: Animals in Religion, Science and Ethics a cura di Kimberly Patton e Paul Waldau.

Altri semplicemente iniziarono a ritenere i testi antichi come obsoleti, formando gruppi come i giainisti e buddisti. Non più vincolati da un'autorità vedica, Bryant afferma: "ebbero la possibilità di disprezzare l'intera cultura sacrificale e predicare un ahimsa libera da impedimenti". Questo concetto di ahimsa (non -violenza), sostenuta già dal monaco e filosofo indiano Mahavira nel VI secolo a.C., è emerso al centro della discussione vegetariana nei tempi moderni.

Tempi moderni

Saggi indiani vissuti successivamente rafforzarono il caso per il vegetarianismo. Swami Vivekananda, scrivendo un centinaio di anni fa, ha sottolineato la comunanza che abbiamo con gli altri animali: "L'ameba e io siamo la stessa cosa. La differenza è solo di un grado; e dal punto di vista della vita più alta, tutte le differenze svaniscono". Swami Prabhupada, studioso e fondatore della Società Internazionale per la Coscienza di Krishna, ha offerto una dichiarazione più forte: "Se vuoi mangiare animali, [Dio] ti darà ... il corpo di una tigre nella prossima vita così potrai mangiare carne molto liberamente".

Il caso più celebre dell'importanza del vegetarianesimo stretto (ovvero il veganesimo) "per raggiungere l'illuminazione", nel mondo dello Yoga moderno, è stato portato avanti da Sharon Gannon e David Life, fondatori, nel 1984, del Jivamukti Yoga, nel quale la pratica dello Yoga è strettamente associata al rispetti dei diritti degli animali sulla base del concetto di non-violenza. Nel loro libro, Yoga and Vegetarianism - the Diet of Enlighment, sostengono infatti che lo Yoga è essenzialmente connesso ad una dieta che abbia rispetto di tutte le forme di vita.

Anche i grandi maestri B.K.S Iyengar e Pattabhi Jois affermavano che una dieta vegetariana è "una necessità" per la pratica dello yoga. Però ci sono molti maestri importanti, come Krishamacharya e T.K.V. Desichakar, che non hanno mai menzionato tale necessità.

Krishamacharya ad esempio non esortava a seguire una dieta vegetariana, quanto piuttosto a controllare la quantità di cibo ingerita - e mangiare poco, vedi qui.

T.K.V. Desichakar (suo figlio e uno dei più grandi maestri di yoga moderni, recentemente scomparso) scrive nel The Heart of Yoga: "La parola himsa significa crudeltà o ingiustizia, ma l'ahimsa è molto di più della mancanza della crudeltà, come suggerito dal prefisso -a. Significa gentilezza, cordialità, e considerazione ponderata di altre persone e cose. Dobbiamo esercitare giudizio quando pensiamo all'ahimsa. Essa non implica necessariamente che non dovremmo mangiare carne o pesce o che non dovremmo difenderci. Significa semplicemente che dobbiamo sempre comportarci con considerazione e attenzione verso gli altri. Ahimsa significa anche agire con gentilezza verso se stessi. Se, da vegetariani, ci trovassimo in una situazione nella quale c'è solo carne da mangiare, è meglio morire di fame piuttosto che mangiare quello che c'è? Se abbiamo ancora qualcosa da fare in questa vita, ad esempio se abbiamo delle responsabilità di famiglia, allora dovremmo evitare di fare qualsiasi cosa che ci procuri del danno o che ci impedisca di svolgere i nostri compiti. La risposta in queste situazioni è evidente - dimostreremmo solo una mancanza di considerazione e arroganza il voler rimanere fissati sui nostri principi. (...) in ogni situazione dovremmo adottare un atteggiamento considerato. Questo è il significato di ahimsa".

Quindi, se molti yogi decidono di diventare vegetariani, per motivi vari e spesso giusti, molti altri yogi altrettanto dedicati alla pratica trovano la carne un combustibile necessario, senza la quale la loro pratica soffre. Sebbene è chiaro che il vegetarianesimo sia molto importante nello spirito della tradizione spirituale indiana, come diceva Buddha (e anche Aristotele), come sempre: "La verità sta in mezzo".

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